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Provare a descrivere il mio rapporto con Torino è impresa stimolante e ardua. Parto dall’inizio. Il 1999 è l’anno del mio arrivo a Torino. Ho iniziato sin da subito a familiarizzare con la città, nonostante mi disorientassero alcune sue zone. Pian piano, obbligata dagli appuntamenti di ricerca di nuovi appartamenti (ricordo il “Tutto Città” sempre in mano), allo stesso modo di un curioso turista, ho imparato a coglierne l’originalità, la storia e la stupefacente vitalità.  Mi lasciavo rapire dalla bellezza dei suoi grandi viali, dei suoi parchi immensi, del verde curatissimo e dall’aspetto barocco e un po’ nobile dei suoi edifici carichi di fascino e imponenza.

Ho imparato prestissimo a muovermi con disinvoltura e a marcare, come spesso accade in questo lavoro, il territorio. Ho avuto fin da subito la certezza, più che la sensazione, che con la tenacia e la voglia di fare avrei potuto ritagliarmi uno spazio professionale tutto mio.

Torino poteva essere Detroit, lo specchio nel quale si intravede solo una desertificazione post industriale, ma non lo è stato. Ha saputo reagire senza lasciarsi andare alla pari di una fenice risorta dalle ceneri. Oggi dietro la sua facciata sabauda e dietro alle immense Alpi compaiono le stagioni e tutto ciò che si prepara ad essere ciò che sarà. E’ questo il contesto nel quale esercito la mia vita, la mia professione e la mia più grande passione: la casa.